Questa libertà

Questa libertà

29 Ottobre 2021 0 di Caterina

La terribile ossessione che è la libertà.

Questa libertà di salire su un aereo, di fumare una sigaretta alle 3 di notte, di parlare con sconosciuti di dolori mai confessati, di cucinarsi aglio, olio e peperoncino. La libertà di non amare così visceralmente. Del non sentir tiranno il tempo lasciato dalla quotidianità e quello rimasto dall’esistenza. Questa libertà di scrivere ciò che voglio scrivere, senza che nessuno ci si legga dentro, e forse a ragion veduta.

Questa libertà lacerata, gridata, agognata, rubata, così incompresa a chi vive negli agi e le preferisce le catene delle comodità, proibita a chi deve sbarcare il lunario e lottare per la dignità.

La libertà di chi non è costretto a prendersi cura di sé, e degli altri, di chi vive senza il traffico, di chi è bello e sano, di chi può scegliere se rifarsi il letto o no, di chi non chiede favori ai parenti e agli amici. Questa libertà che costa soldi, ben spesi, e mai rimpianti. La libertà dalle notifiche di messaggi, email, chat. La libertà che non ho e che, quando avevo, agognavo di perdere.

La libertà di correre nelle foglie in autunno.

Questa libertà che è un lusso di chi non ha lussi, di chi non ha padroni, ma nemmeno comanda. La libertà dei capelli al vento, di chi abita al mare in inverno, di chi – rosa o farfalla – vive un giorno solo. Questa libertà di vivere l’anonimato delle grandi città, di rifiutare l’ingerenza di chi si impiccia, consiglia, critica, scruta, straparla.

La mia libertà scevra d’abitudini che ricuso scientemente come giogo, come cappio soffocante e mai rassicurante.

La libertà della parola “forse”, dei colori confusi di certi tramonti, del non dover modulare i registri dialogici a seconda del contesto e dell’interlocutore, di dire parolacce all’aria aperta, la libertà di sporcarsi le gambe di terra e con il succo dei melograni il collo il petto la pancia.

Questa libertà d’essere piccoli o vecchi e non d’essere costretti al mondo come banali adulti, Atlanti falliti.

La libertà di correre liberi di correre, senza motivo, scalzi sull’erba o con le scarpe da ginnastica che attutiscono i suoni e i pensieri; e non è running per stare bene, essere tonici, magri, e nemmeno una corsa perché in ritardo verso qualcosa, qualcuno, l’appuntamento con la morte, l’ultimo treno, il gelato che si squaglia, la tisana che si fredda.

Questa libertà di non essere utili, interessanti, capaci.  La libertà di essere ascoltati – non capiti o compresi, ma ascoltati – e a lungo, con pazienza e interesse, come nelle telefonate con i miei nonni. La libertà di non indossare panni comodi regalati, la libertà di essere ingenerosi.

La libertà di rileggere queste frasi sconnesse appuntate nell’arco di due mesi, senza piangere o rimpiangere. La libertà di vedere questo scritto volare; o farmi volare.


Caterina, chiedendo scusa a Prévert… o a lui


[foto dell’autrice, Roma, Parco Degli Acquedotti, ottobre 2021]