Ciao, come stai?

Ciao, come stai?

12 Aprile 2024 4 di Caterina

Era titubante da mesi. Appuntava parole, le cancellava, le riscriveva. Immaginava di inviarle e la reazione di chi le avesse ricevute. Voleva scrivere a una persona che non è nella sua quotidianità, ma certamente nel cuore c’è stata parecchio.
Ogni tanto tornava lì, a quelle frasi. In fila dal medico, nel traffico, al supermercato.
“Troppo lungo, non lo leggerà. Troppo breve, non si capisce perché adesso stia scrivendo.”
E poi la scelta del canale: meglio una chat rapida ed effimera, meglio l’email, la versione digitale dell’epistola che resta e che ti dà il tempo di leggere e rileggere. Meglio, addirittura, la telefonata. No, la telefonata, no. Troppo diretta, sembra un’entrata a gamba tesa di un centrocampista rude, e non giriamoci intorno, nelle telefonate non è mai a suo agio.

“E se mi chiedesse di uscire?”
Un aperitivo, una risata, una confessione.
Aspettava il momento giusto. Cercava nel calendario la settimana in cui potesse offrire delle date all’eventuale proposta di aperitivo o, addirittura, di cena. Ma la quotidianità è un incastro, è un tetris e trovare il periodo è così difficile.
Passavano quindi giorni, settimane, stagioni.
Cercava coincidenze negli eventi, le trovava, è un gioco semplice, ci vuole così poco. È un gioco stupido, è un gioco al massacro.

All’ennesimo evento – una pagina di un romanzo, “incredibile, parla proprio di noi!” – che le sembrò le soffiasse sul volto l’immagine di quella persona, in un giorno qualunque, senza ricorrenze, senza particolari stati d’animo, boh, così, d’improvviso, premette invio.

E il messaggio partì. Dal suo telefono all’altro.

Solo un “ciao, come stai?”.
È vero, dietro c’era altro.
C’era un “quanto vorrei parlarti, raccontarti, interrogarti”, ma sarebbe seguito dopo, l’avrebbe nascosto tra seriose formule di cortesia e sincero affetto.
Solo un “ciao, come stai?”.

Ma.

La vita non torna, certe persone nemmeno.
E senza volerlo regalano lezioni: non scrivere mai, non chiamare mai, tagliarsi le mani, mordersi le labbra.
“Eraclito, il tuo fiume passa e io speravo tornasse, non ho capito niente, ti chiedo scusa.”
Lasciare piuttosto costoro nei nostri pensieri come compagni di viaggio, di un viaggio molto più lungo della loro compagnia. Se ne sentiremo l’assenza, pazienza, confortiamoci nei ricordi, non riusciranno a sedare la nostalgia, forse l’alimenteranno persino, ma tant’è, non ci sono alternative.

L’unica è continuare a guardare avanti, trovare altri compagni di viaggio, questa stazione non piace, aspettare che passi, ce ne sarà una migliore, più adatta, il treno ha un solo senso, non devia, non fa inversione a U, va dritto verso la galleria, in mezzo alle colline, il panorama è confortante, no, è opprimente, salta la luce, ci sono le nuvole, guarda lì il mare, che pace, la pioggia che picchia sui finestrini fa un po’ paura.


Caterina

[foto scattata dall’autrice, 2023, imbrunire a Burano]