Mangio salato, e lo so che fa male

Stamattina ho sentito il mammo al telefono (sì, quello di “Attimo e Prospettiva“) e ci è scappato di parlare della situazione attuale di Roma e poi del referendum.

Ci siamo accalorati, siamo due appassionati di politica. E poi la sensazione che la nostra città sia ‘nave senza nocchiero in gran tempesta’ certamente è stata benzina sul fuoco del nostro discorso.
Ma il dibattito tra noi non era uno scambio di differenti opinioni, non ci siamo scontrati, e alla fine entrambi indicavamo la stessa direzione. Pur vedendo il mondo con occhi differenti per esperienze, per genere, formazione (e non me ne voglia, anche per età) nella nostra rabbia e nelle nostre idee convergevamo sempre verso le stesse soluzioni.

E così, d’improvviso, il mammo ha esclamato: “E vabbè, ma se ci chiamiamo per dirci che siamo d’accordo l’uno con l’altro, che parliamo a fare?”

Ho percepito – nonostante ci fossero un paio di smartphone e diversi chilometri tra noi – il sorriso sornione sotto i suoi baffi.

E’ difficile esperire una crescita se nel confronto non ci sono pareri contrari.

E di colpo m’è piaciuta la sua provocazione. In un mondo di yesman, di post sui social in cui tutti cercano il like a suon di video di gattini teneri, beh, apprezzo la ricerca d’un’opinione diversa non per litigare, ma per elaborarla, costruirci sopra una riflessione che possa in seguito portare al cambiamento di parere e alla convergenza di idee, ma anche invece rinfocolare le proprie convinzioni. Imparare, crescere, maturare… ecco il senso del confronto.

(Differente il caso di quelli che fanno polemica sempre e comunque, eh. Per il solo gusto di fare i bastian contrari, mamma mia, non c’è mai qualcosa che vada loro bene, un’idea che difendano, stanno sempre a criticare tutti e tutto: e sì, ho un paio di amici su facebook che… vabbè, va, diciamo che vi voglio bene lo stesso)

Non ho perso un secondo.
Alla sua battuta ho risposto subito: “Ti ricordo con orgoglio che io mangio salatissimo.”
Gliel’ho lanciato a mo’ di sfida. Lui è mammo dentro, ergo, un bastonatore salutista di tutti gli atteggiamenti che possano portar danno nella vita. Io adesso non fumo, prendo poco caffè, faccio un po’ di sport: sono temi su cui la sua vena di predicatore si è dolorosamente dovuta arrendere. Nessuna ramanzina, nessun sermone da dedicarci. Ma mangio salato, e, ciò che è peggio, non ho alcuna intenzione di perdere il vizio.
In quel momento, era come se gli avessi messo un pulpito sotto i piedi su cui salire a dispensare prediche.

Io adoro mangiare salato, compro quegli splendidi panini con i granelli di sale grosso sopra, e pretendo di vederli scintillare alla luce del sole anche sulla pizza bianca. Ritengo che se “sciapo” e “sciocco” siano sinonimi sia di persona senza significato sia di cibo senza sale un perché ci sarà.

Sempre sorridendo sotto i baffi, il mammo ha letto il suo copione ed è partito immediatamente a blaterare su quanto faccia male il sale e quanto inoltre sia migliore anche per il nostro gusto limitarlo, perché copre e corrompe i veri sapori e blablabla.
Stai seduta composta, dì grazie e scusa a tutti, non bere troppo caffè, dormi 8 ore… e non mangiare troppo sale, che fa male.

Ho fatto finta di sentirlo, un giorno magari lo ascolterò davvero, comprenderò quanta ragione mi regalava e chissà, cambierò persino le mie abitudini culinarie.

Ma il senso del nostro scambio alla fine, era uno ed uno soltanto: cerchiamo temi su cui siamo differenti, perché diversità è sempre bellezza, è occasione per crescere.

Insomma, caro mio, il confronto è il sale della vita.

 
 
Caterina

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