Le mie prigioni

Le mie prigioni

6 Aprile 2020 0 di Caterina

Al 33esimo giorno di quarantena per la mia giovanissima prole, e – rare spese permettendo – per noi, ho deciso che lagnarmi non porta da nessuna parte, anzi, potrebbe condurmi dritta dritta verso una strada che ho il vivissimo terrore di prendere.

Per cui, da qualche giorno ho iniziato a stilare una lista degli aspetti positivi di questo periodo di clausura forzata che spero di continuare a implementare (ehm… a implementare i lati positivi, eh, non il tempo di clausura):

– la mattina, l’indugiare del mio naso nei ricci della piccoletta di casa, quando è ancora in dormiveglia, e non ringhia. Quel tempo che dovendo correre a lavoro/nido non abbiamo mai. Poi si sveglierà, ricorderà d’essere er Cavaliere Nero, mi dirà “gno, mamma!”, si lancerà goffamente giù dal letto, in cerca della sua autonomia, della sua libertà, della sua intraprendenza e soprattutto del suo peluche preferito;

– i primi giorni con l’appuntamento dell’applauso ai medici di mezzogiorno, la musica alle 18 e tutti sporti sui balconi, i cartelli dei bimbi con gli arcobaleni. So che ora fa molto fico, anzi, molto radical chic, prendere in giro queste “stupide” manifestazioni popolari, ma io l’applauso lo trovavo struggente e l’appuntamento musicale pomeridiano impegnava per un po’ i bimbi, che ballavano ignari e contenti su note pompose o desuete (ecco, magari togliamo dal ricordo dell’emozione il vicino sconosciuto che all’ennesimo giorno – non avendo più cartucce sonore da sparare – ha messo un mix di musichette latino-americane);

– avere il privilegio di osservare da vicino un meridionale che non è sceso giù al paesello: siccome è più unico che raro, lo decanto. Non ha preso la chiusura delle scuole e l’attivazione dello smartworking come una vacanza da passare a trangugiare melanzane fritte o dove poter comunicare con il suo amato dialetto, perché ha semplicemente voluto evitare di far viaggiare potenziali contagi sù e giù per lo Stivale; e oltre a essere un eccezionale, meraviglioso papà, è un bravo figlio, fratello e zio… o solo un cittadino con senso civico;

– l’uso smodato e indecente che sto facendo a ogni pasto di aglio e cipolla. Ahò, mi lancio in una confessione: io amo, adoro, venero aglio e cipolla. Li metterei in ogni ricetta, li amo crudi e cotti; in qualsiasi modo. Le abitudini sociali nel mondo pre-Covid19 mi hanno sempre impedito di vivere a fondo questa mia love story. Adesso, poveri miei familiari coinquilini, solo a colazione ne è proibito l’uso… per ora;

– sentire l’affetto e la stima dei Paesi stranieri verso l’Italia. Una vita passata ad autodefinirci come simpatici cazzoni, come arraffazzoni incompetenti ma “de còre”, e poi si scopre un mondo che si dipinge di tricolore, che ci ricorda quanto gli manchiamo, quanto vorrebbero tornare da noi, perché siamo stati e siamo ancora importanti. Prendo il mappamondo e ci osservo: siamo piccini piccini. Eppure…

– la chat con le colleghe e, più in generale, gli scambi privati di emozioni del periodo che sto avendo con le persone con cui lavoro. In un momento storico in cui mi sarei dovuta togliere da tutti i gruppi WhatsApp per mantenere quel poco di sanità mentale che mi è rimasta, e in cui sono stata costretta in mille piattaforme differenti per lavoro, beh, questa piccola chattarella (vezzeggiativo di “chat”: professor Serianni, mi perdoni, La prego) è stata una finestra aperta in una claustrofobica cattività. Ci resta la mancanza dolorosa di una bottiglia di vino da condividere dal vivo. Ad maiora, con un Valpolicella.

– il fatto che forse saranno sempre di meno i difensori di Boris Johnson e altre perle (giochino: il lettore provi a sostituire P e L con M e D) come lui. E siano sempre di più quelli che, come me, invocano gli Stati Uniti d’Europa, perché un continente unito è l’unica risposta possibile per le sfide che stiamo vivendo, per le crisi e per le opportunità… e tanti cari saluti alla Brexit, ai #NoEuro e a tutti gli anacronismi noiosi e dannosi che m’è toccato sentire in questi anni;

– il terrazzo di casa che si sta vendicando di noi che l’abbiamo sempre visto come una zavorra nella nostra gestione familiare: cura le piante, innaffia i fiori, sbrocca con il resto del condominio che ci tira le cicche delle sigarette (quest’ultima attività era interamente a carico mio, la svolgevo con grande zelo e professionalità). Ora è il vero protagonista della quarantena: invidiatoci da tutti, ci costringe a parlarne bene e a fare progetti che lo includano. E il misterioso tulipano che esce ogni 21 marzo ora rischia di non restare solo;

– il possente ritorno delle competenze: dopo anni di dottor Google – meglio se pediatri – che volevano insegnare a chi da decenni spende la sua vita sui libri di medicina… o di revisionisti per cui l’Olocausto è un falso storico, come dice l’autorevole blogger HH88 in culo a quei babbioni che campano negli archivi, ecco, saranno costretti tutti a tornare a testa bassa da chi ha studiato, da chi sa, da chi ha le competenze per poter parlare; e salutiamo a tal proposito tutti minchioni no vax, per cui è dovuta arrivare una pandemia per far capire quanta idiozia albergasse nei loro vuotissimi crani;

– l’autarchia del nostro piccolo nucleo: siamo sempre stati abituati fare tutto da soli. Vedo famiglie che continuano ad appoggiarsi sui nonni, nonostante i rischi denunciati dagli esperti, o che stanno andando in crisi: comprensibile, registrarsi in questa nuova quotidianità è difficile per tutti. Ma non aver mai avuto l’abitudine di ricevere aiuto a destra e manca, aver sempre organizzato gli impegni della genitorialità da soli – pur lavorando entrambi – spesso ci appariva come una schiavitù. Ora abbiamo scoperto che la nostra fortissima autarchia di sempre è una ricchezza. E vantiamocene! Siamo passati da “siamo stanchi” a “ammazza, quanto siamo grandi”… e questo punto della lista degli aspetti positivi di questo periodo mi porta a scriverne un altro:

– gli insegnamenti che sto traendo da questo periodo, l’elenco delle cose che ora so che mi piacciono e che viceversa so che mi fanno schifo, sono preziosi. Sono una grande opportunità, cui devo ricordarmi di lasciare la porta aperta, anche quando davvero le porte torneranno ad aprirsi.


Per esempio, ma perché non facevo la spesa una volta a settimana anche prima?


Caterina