A lezione da Viola

Ore 8:30, fine della lezione di tennis.
Sono sudata, stanca, entusiasta, affamata (se giochi alle 7:30 del mattino, la colazione si fa dopo… quando ti arrendi ai tuoni provenienti dal tuo stomaco implorante). La mente si è attivata, però, e viaggia verso i seguenti pensieri:

Che meraviglia che è fare sport all’aria aperta. O, meglio, vivere in un posto dove puoi permetterti di fare sport all’aria aperta, a tutti gli orari, per almeno 10 mesi l’anno.

Devo farmi la doccia in 7 nanosecondi, asciugarmi i capelli coi finestrini aperti della macchina e truccarmi al primo semaforo rosso. Solo così arriverò in tempo in ufficio. Orribile, ma puntuale.

Com’era la mia vita precedente, quella in cui si usciva da lavoro e si stava due ore sul campo da tennis, di cui un’ora e mezza a chiacchierare con le amiche e mezz’ora a far finta di sudare dietro la pallina gialla? Ora che tempo (ed energie) sono diventate due variabili risicatissime nella mia esistenza, incastrare gli impegni in orari impensabili è lo sport che mi riesce meglio. Praticamente sono una campionessa di “Tetris di agenda”. Anzi, ‘sta cosa la devo brevettare, va.

Mentre mi sto concedendo queste riflessioni, mi trascino verso lo spogliatoio.
Che sarà vuoto, come sempre a quest’ora, io ne sarò regina indiscussa, e peccato dover fare tutto di corsa.
E invece: sbem slang tum-tum sponf craaac…. Eh? Che sono questi rumori?
Lo spogliatoio è chiuso. Anzi, è aperto, ma gremito di operai.
“Stamo a fa’ i lavori pe rifallo mejo, oggi nun è aggibbile”

Ah, bene. In un film americano, lei sarebbe comunque entrata e avrebbe fatto la doccia nonostante la presenza degli operai basiti e intrigati, uno l’avrebbe sedotta, si sarebbe scoperto poi che era in realtà un miliardario annoiato che si camuffava da operaio e l’avrebbe di lì a pochi mesi portata all’altare. E vissero felici e contenti.
Ma in un film americano gli operai sarebbero stati probabilmente interpretati come minimo da Hugh Jackman e non dal Danny De Vito con cui ha parlato lei (che vabbè, manco lei è Scarlett Johansson, a pensarci bene, però certo…).

Il problema – quello della doccia, eh – resta. Dove vado?

“Se fai al volo, puoi andare a quella giù in fondo, prima che arrivino i 97 bambini del centro estivo” dice la giovane maestra di tennis.
Per la cronaca, scoprirò più tardi che il numero non era iperbolico, ma la cifra esatta della mandria di tappetti festosi che avrebbe calcato i campi da tennis e svuotato a suon di tuffi la piscina di lì a poco.

Mi precipito nello spogliatoio indicatomi e – con una rapidità che se avessi messo in campo 10 minuti prima sarebbe stato molto meglio, mannaggia a me – inizio veloci operazioni di lavacro.

Quand’ecco che entra lei.

Bionda, occhi verdi, bellissima, mani cicciotte che avvolgono uno zainetto pieno di principesse magrissime disegnate sopra.

Sento fuori che lo sciame ronzante di piccole voci sta crescendo d’intensità. Ma nello spogliatoio, mentre già mi sto rivestendo, ora c’è lei. Che mi guarda. Che immediatamente mi parla. Anzi, che mi inonda di domande e di perché senza alcuna pietà per l’orario, per la mia fretta, per il mio digiuno.

Chi sei

Che fai

Cos’è questo
(per la cronaca me l’ha chiesto su qualsiasi oggetto tirassi fuori dal mio borsone, l’apoteosi è stata “è un deodorante”; “e a che serve?”; “a deodorare”; “e perché?”; “perché sennò puzzo”; “e perché non puoi puzzare?”; “perché vado a lavoro e ai miei colleghi non piace se puzzo”; “e perché ai tuoi colleghi non piace che puzzi?”; aaaaaargh)

Perché

Perché

Perché

Cos’è quest’altro

Perché

Perché


Come si interrompe questo interrogatorio? In assoluto non lo so, io ho reagito così: ho iniziato a mia volta a bombardarla di domande.
Lei si chiama Viola e di anni ne ha tre dita alzate e mezzo. Ci tiene a dirmi che non ne ha solo 3 di anni, eh, mi raccomando quel mezzo, che fa la differenza e la rende molto più grande di quelle altre che ne hanno solo 3.
(roba che io altro che sei mesi in più, dichiaro – da anni – 6 anni in meno)

Viola è nello spogliatoio con me e non è fuori con gli altri, perché gli altri già vogliono correre, giocare, etc. Ma lei non capisce tutta questa fretta e questa energia. Lei prima di iniziare la sua faticosa giornata di giochi, mi spiega, ha bisogno di rilassarsi.

Usa davvero il verbo “rilassarsi”. Io la sto iniziando ad adorare. Mi dice che però si rilassa con il ciuccio, che la mamma le ha messo qui, vedi, nello scotch. Non è uno scotch, Viola, è uno scottex, ma lei mi dice che scotch e scottex sono due parole identiche anche se io e lei le diciamo in maniera diversa.

Continuo con le domande, ho quasi finito di prepararmi, devo evitare riprenda lei il controllo dell’interrogatorio. Ma riesce comunque a chiedermi perché non mi rilasso un po’ con lei e perché devo andare a lavoro. Anche la sua mamma lavora, aggiunge.

“E che lavoro fa?”
“Alessandro, Giulia, Carla, Maria e Claudio”
Chi so’ questi ora?
“Non ho capito, Viola, che lavoro fa tua mamma?”
“Loro sono i suoi colleghi, non lo so che fanno. Fanno quello che fa mamma, che non lo so.”
“Ah. E tu vai a scuola, vero, Viola? Immagino che tra un po’ ricomincerai… Come si chiama la tua scuola?”
“La maestra Valentina, la maestra Eleonora, la maestra Francesca e la maestra Maria.”
Sta ragazzina da grande scriverà le pagine gialle.
“Viola! Ti avevo chiesto il nome della scuola, mica delle maestre!”
“Ma io non lo so quello. Io chiamo le maestre.”

Devo andare, porca miseria, le mie giornate sono sempre una corsa… le prendo la mano, la porto dai coordinatori del centro estivo.
“E tu non resti? Non ti vuoi rilassare?”
“Scusami, piccola, quella è la mia macchina, devo salirci e andare da…” segue elenco dei nomi dei miei colleghi.

Perché Viola mi ha dato una lezione, oggi.
Per i bambini non conta né il lavoro né il luogo. Non sanno cosa fai e non gli importa il posto.
Contano solo le persone.

 

Caterina

Si ricomincia

Mi sono fatta un regalo.
Non è il mio compleanno, non è Natale, non mi devo sedurre.
Mi sono regalata un blog tutto per me e l’ho intitolato come l’hashtag con cui da mesi importuno i miei contatti su Facebook e Twitter.

Mi sono fatta un regalo.
E’ tanto che volevo donarmi uno spazio di scrittura, e magari non è un granché come omaggio, ma per me significa molto.
E’ “la stanza tutta per sé” di cui avevo bisogno. Potevo scegliere se riprendere in mano le sigarette o la penna: ho scelto – per ora – la tastiera.

Mi sono fatta un regalo.
Notizie su di me e sul blog si possono leggere nelle pagine create ad hoc e non voglio ripetermi. Qui, però, vorrei spiegare perché ho sentito il desiderio non già di riprendere a scrivere – quello ce l’ho sempre, è uno dei significati della vita – ma di creare questo blog.

Mi sono fatta questo regalo, perché da quando la frase “voglio una nuova vita” è diventata letterale nella mia esistenza (c’è davvero, ora, una nuova vita), ho sentito e letto un’infinità di persone – ahimé soprattutto mamme – dire che riavere la vecchia, di vita, era utopico. Che non c’era più tempo per niente, che non c’erano più energie.
Con questo regalo vorrei dirmi che non può essere così, che le passioni di un tempo devono solo reinventarsi luoghi, modi, spazi. Non finire.

Mi sono fatta un regalo.
Una scatola, con il fiocco sopra. Ci metterò dentro storie, visi e occhi che ruberò un po’ dalla realtà che mi circonda, ma soprattutto che creerò strappandolo dalla fantasia.
Che poi è quello che ho sempre fatto, anche nei post scritti in passato, dove più inventavo situazioni e personaggi e più mi telefonava l’amica o il parente chiedendomi perché avessi scritto proprio di loro. Le persone, ho imparato, hanno bisogno di leggere di sé, di sentirsi raccontate.
Ecco, proverò a descrivere nuove storie, se ci riesco, implementando la categoria “Racconti”.

Perché mi sono fatta un regalo.
E ho provato a strutturarlo. Ho caricato tutti i post dei blog precedenti, che mano a mano ripubblicherò. E li ho divisi per tema. Categorie in cui andrò ad inserire anche i nuovi post e che per ora sono:

  • pezzi scritti sulla scia degli eventi allora attuali, con la penna intinta negli inchiostri dell’etica e della politica;
    #Politietica
  • riflessioni su me stessa, sulla vita com’era e sulla mia cambiatissima attuale quotidianità;
    #staiSerena
  • diari dei miei viaggi: fisici, mentali, onirici, divertenti e faticosi;
    #Altrove
  • post sul mio amato e doloroso calcio (ah, sì, sono calciofila, ho pure questo difetto). Saranno intinti di una “leggera” sfumatura giallorossa… ma leggera, eh… ehm ehm;
    #Febbrea90°
  • parole più o meno (con)fuse con le sensazioni;
    #Liricando
  • e infine i racconti di cui sopra. Storie di persone nate e cresciute nella mia mente. E qualche volta uscite pure a gironzolare fuori di lì, va.
    #Racconti

Insomma, mi sono fatta un regalo.
E ovviamente non pretendo che lo sia per tutti, ma se c’è chi vorrà seguirmi in questo viaggio, sarà per me occasione di crescita, come sempre – d’altronde – quando ci si incontra in luoghi fisici e in uno spazio digitale come questo.

Mi sono fatta un regalo.
“E se sbagliassi tutto? E se fosse così stupido pensare a un blog, con tutto quello che succede, che c’è da fare, con i ritmi che ti impone la vita?”
“Lascia stare i pensieri nefasti e segui fanciullescamente i tuoi sogni, Caterina.
E per il resto… stai Serena.”

 

Anna Eva Laertici… o Caterina, quella di #staiSerena

Conservo una penna nel cassetto

Conservo la repulsione per le attività noiose che non siano definitive.
In particolare, per tre azioni frequenti: spolverare, depilarmi, mettere benzina. Il fatto che i risultati di questi lavori siano destinati a durare per un breve lasso di tempo (soprattutto per quanto riguarda il mettere benzina, la situazione peggiora vieppiù…), mi sconforta.

Conservo nel mio vocabolario delle parole terribilmente desuete. “Vieppiù” non so come mi è venuta, ma quando mi scappa qualche termine non quotidiano voglio davvero bene ai miei 4 neuroni stanchi.

Conservo la convinzione che la vita sia fatta di scelte. La vita vera, cioè. C’è anche chi non sceglie e si lascia sopravvivere. Ma oggi puntualizzo con veemenza che le scelte alla fine le fa l’individuo. Insomma, io non posso scegliere per te. Se vuoi, posso darti un consiglio. Di più però non posso fare. A difendere la tua scelta dalle critiche, o a prenderti i complimenti dal pubblico festoso, puoi essere solo tu. Siamo soli nelle scelte, ricordalo.

Conservo nel cassetto del mio ufficio una penna.
Stesa, mi ci hai fatto ri-meditare sopra tu. E voglio raccontarne la storia.
E’ vero, conservo una penna bianca, con sopra scritto in blu “S.S. Lazio 1900”.
Sì, io così romanista, con il sangue che mischia il giallo al suo rosso naturale, ho una penna della Lazio.
Era dell’uomo della mia vita, il mio mentore, il mio nume ispiratore. Mio nonno, il quale – e qui sto per fare uno dei coming out più difficili della mia esistenza – ebbene sì, era della Lazio. Anzi, peggio ancora: era prima un antiromanista e dopo un laziale.
Per carità, in realtà ci scontravamo su miliardi di differenze. Gli contestavo con forza la sua passione per Carducci, un idiota sopravvalutato. Un arido eruditonozionista. Possiamo dar credito ad uno che scriveva: “il poeta, o vulgo sciocco, / un pitocco / non è già…”?!?? Dài, è una cagata. “Vulgo sciocco” ci sarai, tu e quelli che t’hanno dato il Nobel. Dove sono i sentimenti? Dov’è lo struggimento del cuore piangente di un Pascoli? “Capirai” diceva nonno “invece è altisonante ‘o cavallina, cavallina storna / che portavi colui che non ritorna’…”. Sì, che era poesia. In quel cavallo scosso, io ci leggevo e ci leggo il vuoto di un’assenza, la fragilità del piccolo Giovanni che scopre d’essere solo come la cavallina storna…
Stefania, quando mio nonno è morto, a casa sua abbiamo trovato libri, libri, libri… e sigarette nascoste agli occhi di mia nonna (grandissimo nonno… tra l’altro abbiamo ricostruito dalle marche delle sigarette chi di noi nipoti fumatori gliele passava). E poi, duole ammetterlo, abbiamo recuperato enciclopedie della Lazio, asciugamani biancocelesti, e perfino la penna di cui sopra.

La conservo qui per ricordarmi ogni giorno che anche nell’uomo migliore del mondo ci può essere un terribile difetto. E che anche nel più acerrimo avversario, si può trovare qualcuno da rispettare, e da amare.

 

Anna Eva Laertici