Artemisia e Anna

Artemisia e Anna

11 Giugno 2020 0 di Caterina

Durante la quarantena avrei dovuto leggere solo libri leggeri, o i miei cari fumetti della Bonelli, e invece no: ho perseverato nell’errore di perdermi in romanzi faticosi a scalarsi, e a dimenticarsi.

Tra questi, per la prosa complessa e fascinosa, annovero Artemisia di Anna Banti, un libriccino pubblicato circa 70 anni fa, che ho ritrovato negli scaffali della mia libreria. Mi aveva già incuriosito il fatto di non ricordare d’averlo a casa e tanto meno di non sapere della dedica fatta da chi me l’aveva donato tanti anni fa: una collega universitaria che mi era cordialmente antipatica.

Ecco, piccola digressione, pur leggendo parecchio sul Kindle, devo dire che l’oggetto-libro si porta già in sé delle storie che un caduco device come un e-reader, per la sua natura fugace, difficilmente regalerà ai suoi proprietari.

Torno al romanzo e al doveroso ringraziamento all’antipatica donatrice di libri: Anna Banti – al secolo Lucia Lopresti – era una scrittrice niente male, toscana del Novecento, da (ri)scoprire, perché in questo Paese androcentrico difficilmente studiamo e conosciamo le donne che l’hanno reso un posto migliore in cui vivere. Umanista, appassionata di storia dell’arte, vincitrice di diversi premi letterari, si scontra nei suoi studi con la figura d’una pittrice del Seicento, Artemisia Gentileschi. E se ne innamora, al punto da volerne raccontare la vita.

D’altronde, Artemisia è una delle migliori pittrici del mondo (i suoi quadri sono ora conservati ovunque, dagli USA a vari musei europei) e di tutte le epoche: ebbe anche lei però la sfortuna di appartenere alla metà del cielo che non trova spazio nei libri di scuola.

Il romanzo è particolare, in primis per quella prosa cui accennavo e che Cesare Garboli ebbe a definire una “scrittura nervosa, intima, da fioretto, tutta finte e assalti, ma impreziosita da uno scintillìo di florida e lussuosa seta frusciante”, che rende questo libro “uno dei classici più strani e impervi di tutta la letteratura italiana”.

Inoltre, è certamente peculiare il fatto che il romanzo originale sia stato interamente distrutto in un bombardamento: quello di Firenze nel 1944. Il libro inizia infatti con il pianto dell’autrice, smarrita nelle macerie della sua casa, dove ha perso tutto, ivi compreso il manoscritto quasi terminato della biografia di Artemisia.

Anna Banti non si lascia vincere: e lo riscrive. Ma stavolta si assiste per tutta la narrazione della vita – mirabolante – della pittrice secentesca a un continuo dialogo dell’autrice con Artemisia Gentileschi, come un romanzo nel romanzo. Le due donne si guardano allo specchio: la prima, che da ragazza subisce reiterate violenze sessuali e un processo che la espone allo sguardo maldicente di tutta Roma; la seconda, che in piena guerra mondiale conta le bombe, i feriti e i morti.

E per fortuna che durante il lockdown, la terza voce femminile, quella della lettrice Caterina, che era usa lamentarsi dello stare troppo in casa, sia stata bruscamente zittita dalla coscienza progressista che non sempre il mondo migliore è quello che è stato, anzi…

Consiglio la lettura a chi abbia voglia di avvicinarsi alle due Italie ferite, quella del Seicento e quella del Novecento, guardandole con gli occhi di chi è costretto dalla società e da stolte convenzioni a un ruolo di secondo piano, ma il cui talento da protagonista esonda e rende impossibile il vivere in disparte.

 “Pazienza, pazienza: soltanto una parola, per ora, una parola difficile che già fa stringere le labbra come una saggezza raggiunta.”


Caterina